Palomonte: storia e leggenda

  • Leggenda

Come qualsiasi grande città, anche i piccoli paesi di provincia hanno una storia. La storia di Palomonte è la storia di un piccolo villaggio immerso in una serie di numerosi villaggi poco distanti fra loro ed uniti soltanto da un vincolo amministrativo. Sulla base di precise fonti storiografiche, durante il I sec. d.C. tutta l’Alta Valle del Sele era abitata da popoli quali: Atinati, Bantini, Eburini, Grumentini, Potentini, Sirini, Sontini, Tergilani, Volcentani, Ursentini e Numestrani. Si trattava di piccoli gruppi che si distinguevano fra loro non per differenze etniche, ma piuttosto per sottili differenze di costumi ed abitudini. Fino al 1862 Palomonte era denominato solamente “Palo”, piccolo pago della confederazione ursentina o anche della prossima Volcei (Buccino).

La leggenda citata dal Frate G. B. da Palo racconta che, 1622 anni dopo il diluvio universale, un re spagnolo di nome Tratuolo sbarcò nel Lazio ed iniziò a fondare varie città fino alla Calabria: a Filette di Palo edificò Tratuolo, in Calabria fondò Reggio e in Sicilia la città di Messina. In quest’ultima città Tratuolo morì all’età di 80 anni lasciando al capitano del suo esercito, Sicolo, il compito di terminare l’edificazione di Messina. Fu lui a fare di Tratuolo la capitale del Regno. Sotto il suo regno furono create la città di Sperlonga e Saginara (Contursi). Dopo un lungo periodo di benessere garantito dai successori di Siculo, Agatocle (tiranno delle due Sicilie) distrusse città e castelli, ma non riuscì ad espugnare Tratuolo. Alla sua morte gli stessi siracusani elessero come successore Niceta, originario di Benevento, il quale si alleò con il re di Tratuolo, che portava ancora il vecchio nome di Siculo. Giunto a Tratuolo, Niceta iniziò a condurre una vita licenziosa. Su suo consiglio il re Siculo emanò un’ordinanza con la quale si predisponeva che tutte le donne vergini di Tratuolo dovessero essere deflorate da Niceta e, qualora non fossero a lui piaciute, esse avrebbero dovuto pagare per la loro libertà. Allora Dio decise di inviare sulla terra l’Angelo che, tuttavia, non trovò nessun uomo o donna che vivesse una vita onesta, eccezion fatta per una vecchierella di nome Erta, donna timorata di Dio. L’Angelo invitò la donna a seguirlo con quanto aveva di più di caro (una madia e un piccolo maiale), invitandola a non voltarsi mai a guardare ciò che succedeva alle sue spalle. Durante la salita, vinta dalla curiosità, la donna si voltò venendo trasformata in pietra dall’onnipotenza divina. Il cielo si rabbuiò e la terra tremò causando una frana che sommerse Tratuolo e Sperlonga.

I figli di Niceta, Culiano e Polo, impegnati in una guerra, al loro ritorno trovarono la città natia completamente distrutta. Decisero allora di fondare una nuova città. Polo, anche se secondogenito, impose di regnare in assoluto perché nella ricostruzione si sarebbero impiegati i suoi capitali. Culiano si oppose e ne derivò uno scontro che vide vincitore Polo, il quale risparmiò la vita di Culiano che a sua volta si commosse per la generosità del fratello e chiese di fondare una sua città, Eculano (o Luconiano), alle falde della montagna dove oggi sorge Colianello. Polo, invece, si incamminò verso Sperlonga. Qui trovò alcuni superstiti che subito lo acclamarono re e gli proposero di costruire una nuova città. Furono chiamati filosofi ed architetti, i quali stabilirono che non si dovesse più costruire in pianura, ma in luoghi elevati per evitare alluvioni. Polo decise di edificare la città sulla collina posta fra la distrutta Tratuolo e Sperlonga, mentre la città assunse il nome di Polo in suo onore, per poi modificarsi in Palo per diversità di pronuncia. Dopo l’unità d’Italia venne aggiunto “monte” su decreto di Vittorio Emanuele II per distinguerlo da altri paesi che avevano lo stesso nome.

(Grisi Amato, L’alta valle del Sele)

 

  • Storia

I primi signori di Palomonte si chiamavano Matteo Camerario, Osberno e Nicola Giudice. Nel 1269-70, al tempo della dominazione angioina, Palomonte fu assegnato al francese Raynaldo de Punsello (o Poncellis). Nel 1281 Carlo d’Angiò investì nella Baronia di Sicignano, Palo e altri castelli. Sempre durante il periodo degli angioini, si ha notizia di Ugo e di Ugone di Palo, il quale con altri nobili coevi, assistette il principe ereditario Carlo II nel governo del regno di Napoli, in assenza del padre. A Guglielmo Porcellone (o Poncellis), padrone di Palo, successe la famiglia Alagno (o Lagni), già dal 1335, quando Giovanni Lagni, sposando Jacopella Gesualdo, è ricordato come signore di una serie di paesi, fra cui anche Palomonte. Palo torna subito, poco dopo il 1306, alla nominata famiglia francese dei Poncellis-Porcelletti-Porcellone. L’ultimo di questa dinastia a governare Palo fu Pietro Porcelletto verso la metà del XIV secolo. Nel 1391 Antonella Porcelletto, erede di Pietro e signora di Palo, andata in sposa a Sansone Gesualdo, determinò il passaggio della signoria ai Gesualdo. Nel 1413 Sansone, conosciuto anche come Sansonetto, diede in sposa la figlia Giovannella al nobile abruzzese Giacomo di Molisio.  Pochi anni dopo i feudi, fra cui Palo, passarono nelle mani di Pietro d’Alaneo, parente dei Gesualdo. A Sansonetto successe il nipote Niccolò II, il 30 Marzo 1417.

Nel 1426 il signore di Palo Petricone Coracciolo, conte di Brienza, decise di vendere, per concessione di Alfonso I d’Aragona, questa terra per 3500 once, il quale dovette cederla quasi subito al figlio Sansonetto. Nel 1429 Petraccone Coracciolo Pisquizi sposò in seconde nozze Caterina Gesualdo, figlia di Sansonetto (Signore di Palo) e Antonella Porcelletto. L’11 Settembre del 1438 re Alfonso d’Aragona concesse a Petraccone Coracciolo tutti i feudi (fra cui anche Palo) e i beni stabili che erano stati del magnifico Pietro d’Alaneo, suo cognato, dovuti alla Regia corte per ribellione di quest’ultimo. Il I Agosto del 1452 Sansone II fu insignito del titolo di Conte di Conza dal re Alfonso I d’Aragona e gli furono assegnati una serie di feudi, Palomonte compreso. Nel 1458 Niccolò IV, successe al padre Alfonso I ed investì degli stessi feudi Luigi II Gesualdo. A quest’ultimo successe proprio Nicolò IV che fu il secondo Conte di Conza, nonché signore dei feudi del predecessore. Morto costui, senza prole, divenne erede suo fratello secondogenito Luigi, che ne ricevette il regio assenso nel 1480. Costui, per aver partecipato alla Congiura dei Baroni, fu dichiarato ribelle e gli fu revocato il titolo di Conte di Conza con la confisca di tutti i feudi. Quando nel Maggio del 1945, Carlo VIII di Francia conquistò Napoli, egli fu dalla parte di Ferdinando II d’Aragona (detto anche Ferrante II o Ferrandino), il quale, ripristinata la precedente situazione politica, lo perdonò restituendogli il titolo di Conte e i feudi prima posseduti. In seguito Luigi III, influenzato dal principe di Salerno Sanseverino, riprese a tramare contro il re e nel Settembre del 1497 venne sconfitto a Teggiano. Tutti i suoi beni furono conquistati e consegnati a Giulio Sebastiano di Amalfi. L’anno successivo, ovvero nel 1498, il successore di Ferrandino, re Federico, concesse Caggiano, Palo, S. Angelo Le Fratte e Salvitelle a Giacomo Caracciolo, conte di Brienza. Nella pace stipulata tra Ferdinando il Cattolico d’Aragona e Luigi XIII di Francia, nell’Ottobre del 1505, a Luigi III (Conte di Conza) molti feudi e tra questi anche Palo. Al detto Luigi III subentra, sempre nella linea di padre in figlio, Fabrizio I, detto Fabio, indi Luigi IV e poi Don Giulio,  titolato I barone di Palo dal 1575. Gli successe Fabrizio II, che aveva sposato Geronima Borromeo, sorella di S. Carlo e nipote di Papa Pio IV. A Fabrizio successe Carlo Gesualdo, II barone di Palo dal 1526 e proprietario di moltissimi feudi nel territorio limitrofo. Carlo ebbe un figlio di nome Emanuele, sposato con la contessa Maria Polissena von Furstenberg di Praga, che gli diede la figlia Isabella, III baronessa di Palo.

A Napoli nel 1622 Isabella sposò Don Nicolò Ludovisi, nipote di papa Gregorio XV. Morta Isabella nel 1629, i suoi feudi passarono all’unica figlia femmina, Lavinia. Morta anche questa nel 1634, senza figli, tutti i beni furono devoluti alla Regia Corte. Il Conte di Monterey, Vicerè, nel Maggio del 1936 vendette a Nicolò Ludovisi, principe di Piombino e padre di Lavinia, tutti i feudi prima posseduti dalla Regia Corte. Il figlio del detto Nicolò, Giovan Battista Ludovisi Panfili, nel 1674, vendette Caggiano, Contursi, Palomonte a don Prospero Parisani da Tolentino. Per tutto il XVIII secolo Palomonte fu posseduto dalla famiglia Parisano-Bonanno, la quale col titolo di Marchese la tenne fino all’eversione della feudalità, nel 1806. Gli ultimi feudatari, col titolo di Marchese di Caggiano, Conte di Contursi e feudo di Palo, furono Nicola Parisani Buonanno (1723), Prospero (1759), Nicola (1760), Vincenzo (1787).

(Grisi Amato, Tra Sele e Tanagro)

Terremoto del 1980

Il terremoto del 1980 è un frammento importante della storia di Palomonte, una  scarpata di faglia di circa un metro e mezzo di altezza originata dal movimento tellurico che si estendeva per circa 40 km, da nord-ovest a sud-est, su una linea che andava dal comune di Lioni (Avellino), in alto, a quello di San Gregorio Magno (Salerno), in basso. Epicentro: Sella di Conza, vicino a Castelnuovo di Conza e Laviano (Salerno).
All’indomani del terremoto molti volontari, definiti dalla gente “angeli del terremoto”, giunsero in soccorso della popolazione: circa 8000 volontari mobilitati dal Centro operativo nazionale. Di questi, 3500 operarono nella provincia di Avellino, 2500 in quella di Potenza e altrettanti nei comuni dell’area salernitana. La Caritas mobilitò le forze di 250 diocesi, le quali promossero iniziative di assistenza. Molti volontari giunsero anche da aree terremotate vicine, spesso guardati con diffidenza e considerati come intrusi: era la cultura del sospetto. Ciò che più di ogni altra cosa destava turbamento nei volontari venuti dal Nord Italia era lo stato di arretratezza del paese, la miseria che caratterizzava un po’ tutti i luoghi sconvolti dal terremoto. Palomonte non faceva eccezione.

Il terremoto si originò il 23 Novembre alle 19:35 e durò per quasi due minuti con una magnitudo pari a 6.5 della scala Richter. Molti dei sopravissuti che narrano dell’orrore sperimentato di persona, raccontano la confusione vissuta durante quei tremendi ed interminabili momenti: alcuni temevano che la terra si aprisse e li inghiottisse, altri raccontano di come sulle loro teste cadessero olive che scambiavano per pietre cadute dal cielo apertosi, a loro dire, a causa del terremoto. Le ginestre “fischiavano”, i rami degli alberi toccavano terra. Altri ancora raccontano di quanto fosse difficile mantenere l’equilibrio e giurano di aver visto la terra agitarsi come un’onda del mare: era il terrore del terremoto. Molti descrivono i visi smarriti e impauriti dei propri familiari in quel breve lasso di tempo. La luce andò via all’improvviso, raccontano, e  piombò il buio. Paura e confusione erano i sentimenti del momento. Molti uscirono dalle rispettive abitazioni da buchi creati artificialmente lungo i muri delle proprie case. C’era puzza di polvere nell’aria, ma la luce lunare aiutava ad orientarsi. I morti furono tre. Le scosse di assestamento continuarono per  circa un mese.

 

Subito dopo il terremoto nessuno in paese ritornò a vivere in casa. Molti decisero di dormire all’aperto, altri si recarono nelle campagne dove le case avevano resistito di più alla forza del terremoto ed erano rimaste in piedi. Dopo qualche giorno i volontari, con l’aiuto della gente del posto, allestirono un campo con tende militari.

Per più di due settimane si dormì nelle tende in attesa dell’arrivo delle roulotte. Arrivate le roulotte, in esse i terremotati dimorarono per circa un anno. Successivamente vennero costruiti i prefabbricati. Fu una boccata d’aria per la gente che era vissuta sempre in piccole case con il bagno posto all’esterno e poche comodità. Si trattava di alloggi semplici formati da una cucina, un bagno, una o due stanze da letto. Finalmente si poteva dormire comodi.

 

 

Il terremoto causò in tutto il territorio irpino circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti, 2.914 morti. Distrusse un’area di 17.000 km quadrati e devastò gli animi della povera gente.

 

Un elemento che aggravò gli effetti del già disastroso terremoto fu il ritardo dei soccorsi, dovuto tanto alla difficoltà di accesso dei mezzi di trasporto nell’entroterra delle aree terremotate a causa dello stato di strade e infrastrutture, quanto alla mancanza di organi capaci di gestire efficacemente mezzi e risorse.

(Antonello Caporale, Terremoti SPA)

Luoghi simbolo


Chiesa S.Croce. La chiesa Santa Croce è la chiesa madre di Palomonte. Essa sorge in cima al colle, nel mezzo del centro storico del paese, sulle mura di un precedente edificio sacro, distrutto durante un grave sisma alla fine del XVII secolo. In seguito a tale evento la chiesa fu completamente rasa al suolo e venne persa anche l’intera documentazione in essa conservata. Agli inizi del XVIII secolo venne quindi costruita la nuova chiesa: i più antichi documenti custoditi in archivio sono infatti datati 1725.

La storia della chiesa madre è piuttosto articolata, ma si possono comunque indicare tre fasi di costruzione, riferibili ad epoche diverse. Per quanto riguarda il periodo della prima costruzione non abbiamo documentazione a riguardo. Secondo Giovan Battista da Palo quella di Santa Croce sarebbe la prima chiesa sorta in Palo, fondata da un inviato-missionario di S.Pietro Apostolo al tempo del passaggio di quest’ultimo per la città di Napoli (siamo nel 78 d.C.). All’epoca però sarebbe esistito solo un modesto nucleo di case nella zona poi detta “Casale” o “San Biagio”, dove sarebbe quindi sorta la vecchia cappella. Non essendoci dunque una adeguata documentazione a riguardo, ed essendo l’opera di Giovan Battista da Palo spesso, per sua stessa ammissione, “aiutata dalla fantasia”, dobbiamo ritenere che la prima chiesa di Santa Croce fu costruita non prima dell’incastellamento, avvenuto tra il VIII e il IX secolo, più probabilmente all’epoca delle Crociate, tra il XII e il XIII secolo. In seguito, a causa della sua fatiscenza, l’edificio venne completamente rifatto con il contributo degli abitanti. Ciò sembra sia accaduto verso la fine della dinastia aragonese, tra il XV e il XVI secolo, come testimoniano le robuste colonne ancora visibili sul margine ovest della “Piazza”. Nel 1694 un vasto terremoto sconvolse la zona, toccando all’incirca lo stesso territorio colpito da quello del 1980 (Salernitano, Potentino e Irpinia).

La chiesa venne interamente distrutta. Intorno ai primi anni del XVIII secolo iniziarono i lavori per costruire un nuovo edificio sulle mura di quello vecchio, ma più ampio e maestoso, con un’unica navata e pianta a croce latina. La nuova chiesa era già funzionante nel primo quarto di secolo, tanto che i più antichi documenti conservati risalgono proprio al 1725. La volta fu rifatta nel 1942 con il contributo dei fedeli. L’altare maggiore fu consacrato insieme alla chiesa nel 1922 da monsignor Cesarano. Al centro vi è un grande crocifisso in legno installato in occasione dell’Anno Santo 1950. La Chiesa, come gran parte del centro storico rimase gravemente danneggiata dal terremoto del 1980. Il sisma causò il crollo del frontone, la copertura della sagrestia, mentre la cupola e la torre campanaria furono gravemente danneggiate. La chiesa venne quindi momentaneamente chiusa ed è stata riaperta al culto, dopo una lunga opera di restaurazione, solo il 19 luglio 2008.

 

 


Chiesa S. Maria della Sperlonga. Originariamente chiamata S. Maria Sopra-Grotta, la chiesa di Santa Maria della Sperlonga è così chiamata per la presenza di varie grotte naturali (da “spelonca”: grotta) disseminate in un grande banco tufaceo, delle quali la più rinomata è “Grotta Palomba”. La località fu scelta come luogo di sosta e preghiera dai monaci Basiliani che dalla Calabria salivano verso Roma. Non esiste ad oggi alcuna testimonianza archeologica che possa dirci se quel luogo di preghiera sia stato anche altro, un borgo, una grossa fattoria, una stazione lungo un’antica via. Nella modesta costruzione che fiancheggia la chiesa si insediarono i monaci italo-greci, ossia nel punto centrale rispetto alle grotte scavate nella roccia dell’area sottostante. Si trattava di misere residenze molto vicine tra loro, tali da garantire l’isolamento necessario alla vita contemplativa, allo studio e alla preghiera. I monaci garantivano l’assistenza religiosa alla popolazione locale presso la quale godevano di autorità e prestigio, e non soppressero usi e costumi locali, ma essi stessi ne furono presto conquistati. La struttura architettonica della chiesa presenta influssi dell’arte bizantina, ma anche di quella gotica e romanica, com’è possibile notare dalla costruzione più antica della chiesa, il presbiterio, l’originale cappella coperta da una volta ogiva. Nell’unico abside era situato l’altare con la statua della Madonna. L’interno della chiesa è spoglio, senza altari né cappelle laterali. In fase di restauro, recentemente, sul lato destro è emerso un accesso secondario, sulla cui parete settentrionale è raffigurato il santo medico Cosma che regge nelle mani un vaso unguentario, risalente alla meta del X secolo.

Nella parete di fronte, invece, è presente una piccola apertura, forse un ingresso per accedere direttamente dal cenobio. Dopo la rimozione del trono e dell’altare, nell’abside e sulla parete sono emersi diversi dipinti raffiguranti santi: S. Saba, S. Biagio, S. Giovanni Crisostomo, S. Nicola, la Madonna Odigitria, l’Ascensione e un vescovo acefalo, databili dall’XI al XIII secolo. Sulla parete di sinistra sono presenti altri tre dipinti: S. Caterina alessandrina (quasi del tutto integro), la Madonna che allatta suo figlio, mentre l’ultima figura non è riconoscibile. Ancora oggi la devozione dei palomontesi è forte, soprattutto in occasione della festa che si celebra in onore della Madonna il 15 di Agosto di ogni anno.

(Grisi Amato, Tra Sele e Tanagro)

 

 

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