Premetto che, anche se da qualche anno ormai ufficialmente una emigrante, i miei ricordi di Palomonte sono cosi vividi e il mio legame con esso cosi forte che, in realtà, non mi sento e non mi sono mai sentita tale. E, con questa mia storia di emigrante senza sentirsi tale, più che di me vorrei raccontare cosa è stato e cos’ è Palomonte per me… Pur non avendo trascorso molto tempo nel mio paese soprattutto negli ultimi anni, sono stata, (quasi), sempre orgogliosa di poter dire di essere nata e cresciuta a Palomonte. Nata poi, nel vero senso della parola siccome, nel 1978, la mia nascita avvenne davvero a Palomonte in Via Piano Liusci allora numero 52, nella casa dei miei genitori Vincenzo “u pustier”e Anna Maria, mia sorella Irene e i miei nonni paterni Antonio e Irene. Lasciare il mio paese non è mai stata mia intenzione, mai una vera e propria decisone, ma semplicemente è successo, me ne sono allontanata sempre più, gradualmente, senza quasi nemmeno accorgermene. Già quando mi ritrovai di fronte alla mia prima grande vera scelta, quella della scuola superiore da frequentare dopo le medie, non avendo nessuna opzione in Palomonte e allora nemmeno tante opzioni nei paesi limitrofi, la mia decisione mi portò a Salerno. La città obbiettivamente non è molto lontana da Palomonte ma, per la me tredicenne di allora mai stata fuori dal proprio paese, appariva lontana non solo chilometricamente ma anche culturalmente. L’università mi portò poi sempre un po’ più lontano, a Portici, per studiare Scienze e Tecnologie Alimentari presso la Facoltà di Agraria della Federico II. Durante i miei studi universitari ebbi l’opportunità di frequentare un corso di Enologia, un esame complementare a scelta che suscitò molto la mia curiosita’ nonostante non avessi una precisa idea di cosa si trattasse. Per me c’era solo un tipo di vino, anzi due: bianco e rosso come i miei genitori e, prima di loro, i miei nonni lo facevano; ma il breve corso di enologia aprì alla mia mente un vasto universo che credo abbia avuto un ruolo importante nelle mie successive scelte di vita. O forse, piu probabilmente, il mio interesse per il settore vitivinicolo risale a molto tempo prima dell’Università e più che al corso di enologia è strettamente legato al mio paese di origine Palomonte, dove, quando ero bambina, tutti o quasi facevano vino e non per professione, ma artigianalmente e per tradizione, per orgogliosamente condividerlo con familiari e amici; grazie a “nonna Irena” che sempre mi raccontava di quanto fosse molto più facile per lei, quando era ragazza, trovare in casa vino e non acqua da bere: di vino ne producevano in quantità per tutto l’anno mentre l’acqua bisognava andarla a prendere ad un pozzo non sempre facilmente accessibile. Come risultato di ciò, mia nonna ha sempre bevuto più vino che acqua, anche perchè è stata sempre convinta che l’acqua facesse ingrassare, facesse “mett a panz” come diceva lei, contribuendo così a trasmettermi, a modo suo e senza nemmeno volerlo, la cultura palomontese del vino pure quando preparava come merenda ai nipoti, me compresa, la zuppa di vino invece della zuppa di latte. Quando, poco dopo la laurea, mi candidai e fui selezionata per il Master Univeristario in Viticoltura ed Enologia presso l’Università della Basilicata, fui ben felice di approfondire le mie conoscenze scientifiche nel settore vino. Con il master ebbi la mia prima esperienza pratica lavorativa in una vera e propria cantina delle Marche, “La Cantina dei Colli Ripani”, dove in seguito ho lavorato per altre vendemmie. Ritornata a Palomonte dopo una vendemmia nell’avellinese presso la cantina “Terredora” che molto mi insegnò sulla vitivinicoltura campana, ebbi modo di lavorare per altri settori dell’agroalimentare diversi da quello vitivinicolo, sempre però come lavori temporanei/stagionali e comunque sempre senza troppa convinzione e interesse. La mia passione per il vino mi portò allora sempre più lontano, prima in Portogallo, poi negli States. In Portogallo approdai grazie al pogetto europeo “Leonardo da Vinci” dove, senza conoscere nessuna parola di portoghese, avrei dovuto trascorso due mesi come tirocinante presso il laboratorio analitico di una cantina a sud di Lisbona, nella penisola di Setubal. Dopo i due mesi, mi fu proposta un’assunzione a tempo indeterminato che accettai volentieri e che prolungò la mia permanenza in Portogallo. Restai a Lisbona fino a quando, dopo circa un anno, incominciai a pensare a quanto potesse essere interessante a questo punto della mia vita, un’esperienza intercontinentale nel settore vitivinicolo che mi permettesse di conoscere non solo la produzione di vino del “Nuovo mondo”, ma anche la tanto importante e richiesta lingua inglese di cui era totalmente a digiuno. Mi candidai e fui selezionata dall’Università dell’Ohio per un tirocinio di un anno in una cantina in Washington State. Cosi partii di nuovo per una destinazione sempre più lontana, ancora una volta senza conoscerne la lingua e sempre e comunque convinta di ritornare al mio Paese una volta terminata la mia nuova avventura. E al mio paese infatti ci sono poi ritornata e, dopo aver preso una seconda laurea sempre presso la Facoltà di Agraria della Federico II, questa volta in Viticoltura ed Enologia, sono di nuovo ripartita, ritornata e poi ripartita ancora, tornando a Palomonte sempre arricchita da nuove esperienze, ma ogni volta sacrificando qualcosa o qualcuno. Al ritorno da uno dei miei viaggi ad esempio non ho più, purtroppo, ritrovato nonna Irene.. Adesso vivo in Washington States dove lavoro per una delle più grandi aziende produttrici di vino (e non solo) a livello mondiale, E&J Gallo. Sono sposata con Joe, enologo americano con cui condivido, al di là della passione per il vino, anche la mia cultura palomontese. Joe infatti è stato sempre molto affascinato dalle mie origini “italo-palomontesi”, cucina spesso e con orgoglio ricette di mia madre, fa il limoncello e il nocino, gioca a briscola ed è addirittura convinto di capire il dialetto palomontese! Tanto mi manca del mio Paese e ovviamente la mancanza non è univocamente sentita soltanto da me che sono partita, ma anche dalle persone a me care che ho “lasciato” a Palomonte, a cui ho “imposto”, con la mia assenza , (perlomeno quella fisica), la mancanza di me. Mi mancano soprattutto la famiglia, gli amici, il luogo in cui sono nata e cresciuta – “Cascianolandia” come la chiamiamo noi Casciano, il cibo… e forse anche il vino! Paradossalmente mi mancano anche alcune cose che ho sempre odiato, come ad esempio parlare il dialetto . Essendo infatti non l’italiano ma il dialetto palomontese la prima “lingua” che ho imparato e quindi la mia vera lingua madre, durante il mio percorso formativo al di fuori di Palomonte ho sempre temuto che mi “scappasse” una parola in dialetto durante una interrogazione, un esame o semplicemente durante una conversazione con amici; in particolare quell’AMMÍ che per quanto mi sforzassi di reprimere, spesso usciva dalla mia bocca senza quasi accorgermene suscitando il mio imbarazzo e le risate di chi mi ascoltava. Adesso invece mi manca parlare il “palomontese”, mi manca quel senso di appartenenza allo stesso luogo che si prova parlando il dialetto del proprio Paese. E in un certo senso mi manca pure litigare, in particolare con mia sorella… adesso mi rendo conto di quanto le nostre litigate siano sempre state in realtà un prezioso momento di confronto sincero e costruttivo mai più ritrovato altrove. E se in passato mi infastidiva, adesso invece mi manca anche la puntuale affermazione che arrivava quasi contemporaneamente da mio padre e mia madre (e che sempre arriva anche tuttora quando ritorno a Palomonte),dopo il primo sorso di ogni bottiglia del mio vino preferito da me versato con entusiasmo nei loro bicchieri :”Rosà rimm che vù tu, ma com m sap buon u vin nuost …” So che probabilmente sembrerà un controsenso sentir parlare di Palomonte positivamente e con nostalgia da chi, come me, a Palomonte non ci vive più da tempo. So di aver raggiunto traguardi per me importanti che forse non avrei potuto raggiungere se fossi rimasta nel mio Paese. Ma Palomonte mi ha sempre dato tanto anche in ciò che non mi ha mai dato… e oggi, seppur parlando un’altra lingua a migliaia di chilometri di distanza dal mio Paese, sento di essere totalmente l’espressione oltreoceano delle mie origini.

A cura di Rosalba Casciano

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